mercoledì, agosto 31, 2005
Amo i teppisti
una dele più belle poesie mai scritte da esenin e la libera versione meravigliosa musicata da Branduardi CONFESSIONE DI UN TEPPISTA
Non tutti son capaci di cantare
E non a tutti è dato di cadere
Come una mela, verso i piedi altrui
È questa la più grande confessione
Che mai teppista possa confidarvi.
Io porto di mia voglia spettinata la testa,
Lume a petrolio sopra le mie spalle.
Mi piace nella tenebra schiarire
Lo spoglio autunno delle anime vostre;
E piace a me che mi volino contro
I sassi dell'ingiuria,
Grandine di eruttante temporale.
Solo più forte stringo fra le mani
L'ondulata mia bolla dei capelli.
È benefico allora ricordare Il rauco ontano e l'erbeggiante stagno,
E che mi vivono da qualche parte
Padre e madre, infischiandosi del tutto
Dei miei versi, e che loro son caro
Come il campo e la carne, e quella pioggia fina
Che a primavera fa morbido il grano verde.
Per ogni grido che voi mi scagliate
Coi forconi verrebbero a scannarvi.
Poveri, poveri miei contadini!
Certo non siete diventati belli,
Non si gelava il cuore a voi per lui,
Scalzo nelle pozzanghere d'autunno?
Adesso va girando egli in cilindro
E portando le scarpe di vernice.
Ma vive in lui la primigenia impronta
Del monello campagnolo.
Ad ogni mucca effigiata
Sopra le insegne di macelleria
Si inchina da lontano.
Ed incontrando in piazza i vetturini
Ricorda l'odore del letame sui campi,
Pronto, come uno strascico nuziale,
A reggere la coda dei cavalli.
Amo la patria.
Amo molto la patria!
Pur con la sua tristezza di rugginoso salice.
Mi son gradevoli i grugni insudiciati dei porci,
E nel silenzio notturno l'argentina voce dei rospi.
Teneramente malato di memorie infantili
Sogno la nebbia e l'umido delle sere d'aprile.
Come a scaldarsi al rogo dell'aurora
S'è accoccolato l'acero nostro.
Ah, salendone i rami quante uova
Ho rubato dai nidi alle cornacchie!
È sempre uguale, con la verde cima?
È come un tempo forte la corteccia?
E tu, diletto,
Fedele cane pezzato!
Stridulo e cieco t'hanno fatto gli anni,
E trascinando vai per il cortile la coda penzolante,
Col fiuto immemore di porte e stalla.
Come grata ritorna quella birichinata:
Quando il tozzo di pane rubacchiato
Alla mia mamma, mordevamo a turno
Senza ribrezzo alcuno l'un dell'altro.
Sono rimasto lo stesso, con tutto il cuore.
Fioriscono gli occhi in viso Simili a fiordalisi fra la segala.
Stuoie d'oro di versi srotolando,
Vorrei parlare a voi teneramente.
Buona notte! buona notte a voi tutti!
La falce dell'aurora ha già tinnito
Fra l'erba del crepuscolo.
Voglio stanotte pisciare a dirotto
Dalla finestra mia sopra la luna!
Azzurra luce, luce così azzurra!
In tanto azzurro anche morir non duole.
E non mi importa di sembrare un cinico
Con la lanterna attaccata al sedere!
Mio vecchio, buono ed estenuato Pégaso,
Mi serve proprio il tuo morbido trotto?
Io, severo maestro, son venuto
A celebrare i topi ed a cantarli.
L'agosto del mio capo si versa quale vino
Di capelli in tempesta.
Ho voglia d'essere la vela gialla
Verso il paese cui per mare andiamo.
[1920]
Confessioni di un malandrino
Mi piace spettinato camminare col capo sulle spalle come un lume così mi diverto a rischiarare il vostro autunno senza piume. Mi piace che mi grandini sul viso la fitta sassaiola dell'ingiuria, l'agguanto solo per sentirmi vivo al guscio della mia capigliatura. Ed in mente mi torna quello stagno che le canne e il muschio hanno sommerso ed i miei che non sanno di avere un figlio che compone versi ma mi vogliono bene come ai campi, alla pelle ed alla pioggia di stagione raro sarà che chi mi offende scampi dalle punte del forcone. Poveri genitori contadini certo siete invecchiati, ancor temete il signore del cielo e gli acquitrini genitor che mai non capirete che oggi il vostro figliuolo è diventato il primo fra i poeti del paese ed ora con le scarpe verniciate e col cilindro in testa egli cammina. Ma sopravvive in lui la frenesia di un vecchio mariuolo di campagna e ad ogni insegna di macelleria alla vacca s'inchina sua compagna. E quando incontra un vetturino gli torna in mente il suo concio natale e vorrebbe la coda del ronzino regger come strascico nuziale. Voglio bene alla patria benché afflitta di tronchi rugginosi mi è caro il grugno sporco dei suini e i rospi all'ombra sospirosi son malato d'infanzia e di ricordi e di freschi crepuscoli d'aprile. Sembra quasi che l'acero si curvi per riscaldarsi e poi dormire. Dal nido di quell'albero le uova per rubare salivo fino in cima ma sarà la sua chioma sempre nuova e dura la sua scorza come prima. E tu mio caro amico vecchio cane fioco e cieco ti ha reso la vecchiaia e giri a coda bassa nel cortile ignaro delle porte dei granai. Mi sono cari i miei furti di monello quando rubavo in casa un po' di pane e si mangiava come due fratelli una briciola, all'uomo ed una al cane io non sono cambiato, il cuore ed i pensieri son gli stessi sul tappeto magnifico dei versi voglio dirvi qualcosa che vi tocchi. Buonanotte, la falce della luna si cheta mentre l'aria si fa bruna dalla finestra mia voglio gridare contro il disco della luna. La notte è così tersa qui forse anche morire non fa male che importa se il mio spirito è perverso e dal mio dorso penzola un fanale. O pegaso decrepito e bonario il tuo galoppo è ora senza scopo e giunsi come un maestro solitario e non canto e non celebro che i topi. Dalla mia testa come uva matura gocciola il folle vino delle chiome voglio essere una gialla velatura gonfia verso un paese senza nome.
Non tutti son capaci di cantare
E non a tutti è dato di cadere
Come una mela, verso i piedi altrui
È questa la più grande confessione
Che mai teppista possa confidarvi.
Io porto di mia voglia spettinata la testa,
Lume a petrolio sopra le mie spalle.
Mi piace nella tenebra schiarire
Lo spoglio autunno delle anime vostre;
E piace a me che mi volino contro
I sassi dell'ingiuria,
Grandine di eruttante temporale.
Solo più forte stringo fra le mani
L'ondulata mia bolla dei capelli.
È benefico allora ricordare Il rauco ontano e l'erbeggiante stagno,
E che mi vivono da qualche parte
Padre e madre, infischiandosi del tutto
Dei miei versi, e che loro son caro
Come il campo e la carne, e quella pioggia fina
Che a primavera fa morbido il grano verde.
Per ogni grido che voi mi scagliate
Coi forconi verrebbero a scannarvi.
Poveri, poveri miei contadini!
Certo non siete diventati belli,
Non si gelava il cuore a voi per lui,
Scalzo nelle pozzanghere d'autunno?
Adesso va girando egli in cilindro
E portando le scarpe di vernice.
Ma vive in lui la primigenia impronta
Del monello campagnolo.
Ad ogni mucca effigiata
Sopra le insegne di macelleria
Si inchina da lontano.
Ed incontrando in piazza i vetturini
Ricorda l'odore del letame sui campi,
Pronto, come uno strascico nuziale,
A reggere la coda dei cavalli.
Amo la patria.
Amo molto la patria!
Pur con la sua tristezza di rugginoso salice.
Mi son gradevoli i grugni insudiciati dei porci,
E nel silenzio notturno l'argentina voce dei rospi.
Teneramente malato di memorie infantili
Sogno la nebbia e l'umido delle sere d'aprile.
Come a scaldarsi al rogo dell'aurora
S'è accoccolato l'acero nostro.
Ah, salendone i rami quante uova
Ho rubato dai nidi alle cornacchie!
È sempre uguale, con la verde cima?
È come un tempo forte la corteccia?
E tu, diletto,
Fedele cane pezzato!
Stridulo e cieco t'hanno fatto gli anni,
E trascinando vai per il cortile la coda penzolante,
Col fiuto immemore di porte e stalla.
Come grata ritorna quella birichinata:
Quando il tozzo di pane rubacchiato
Alla mia mamma, mordevamo a turno
Senza ribrezzo alcuno l'un dell'altro.
Sono rimasto lo stesso, con tutto il cuore.
Fioriscono gli occhi in viso Simili a fiordalisi fra la segala.
Stuoie d'oro di versi srotolando,
Vorrei parlare a voi teneramente.
Buona notte! buona notte a voi tutti!
La falce dell'aurora ha già tinnito
Fra l'erba del crepuscolo.
Voglio stanotte pisciare a dirotto
Dalla finestra mia sopra la luna!
Azzurra luce, luce così azzurra!
In tanto azzurro anche morir non duole.
E non mi importa di sembrare un cinico
Con la lanterna attaccata al sedere!
Mio vecchio, buono ed estenuato Pégaso,
Mi serve proprio il tuo morbido trotto?
Io, severo maestro, son venuto
A celebrare i topi ed a cantarli.
L'agosto del mio capo si versa quale vino
Di capelli in tempesta.
Ho voglia d'essere la vela gialla
Verso il paese cui per mare andiamo.
[1920]
Confessioni di un malandrino
Mi piace spettinato camminare col capo sulle spalle come un lume così mi diverto a rischiarare il vostro autunno senza piume. Mi piace che mi grandini sul viso la fitta sassaiola dell'ingiuria, l'agguanto solo per sentirmi vivo al guscio della mia capigliatura. Ed in mente mi torna quello stagno che le canne e il muschio hanno sommerso ed i miei che non sanno di avere un figlio che compone versi ma mi vogliono bene come ai campi, alla pelle ed alla pioggia di stagione raro sarà che chi mi offende scampi dalle punte del forcone. Poveri genitori contadini certo siete invecchiati, ancor temete il signore del cielo e gli acquitrini genitor che mai non capirete che oggi il vostro figliuolo è diventato il primo fra i poeti del paese ed ora con le scarpe verniciate e col cilindro in testa egli cammina. Ma sopravvive in lui la frenesia di un vecchio mariuolo di campagna e ad ogni insegna di macelleria alla vacca s'inchina sua compagna. E quando incontra un vetturino gli torna in mente il suo concio natale e vorrebbe la coda del ronzino regger come strascico nuziale. Voglio bene alla patria benché afflitta di tronchi rugginosi mi è caro il grugno sporco dei suini e i rospi all'ombra sospirosi son malato d'infanzia e di ricordi e di freschi crepuscoli d'aprile. Sembra quasi che l'acero si curvi per riscaldarsi e poi dormire. Dal nido di quell'albero le uova per rubare salivo fino in cima ma sarà la sua chioma sempre nuova e dura la sua scorza come prima. E tu mio caro amico vecchio cane fioco e cieco ti ha reso la vecchiaia e giri a coda bassa nel cortile ignaro delle porte dei granai. Mi sono cari i miei furti di monello quando rubavo in casa un po' di pane e si mangiava come due fratelli una briciola, all'uomo ed una al cane io non sono cambiato, il cuore ed i pensieri son gli stessi sul tappeto magnifico dei versi voglio dirvi qualcosa che vi tocchi. Buonanotte, la falce della luna si cheta mentre l'aria si fa bruna dalla finestra mia voglio gridare contro il disco della luna. La notte è così tersa qui forse anche morire non fa male che importa se il mio spirito è perverso e dal mio dorso penzola un fanale. O pegaso decrepito e bonario il tuo galoppo è ora senza scopo e giunsi come un maestro solitario e non canto e non celebro che i topi. Dalla mia testa come uva matura gocciola il folle vino delle chiome voglio essere una gialla velatura gonfia verso un paese senza nome.
Machiavelli marciava e azzardava
un omaggio al ns maestro e compagno di scommesse Machiavelli Magnifico ambasciatore. «Tarde non furon mai grazie divine». Dico questo, perché mi pareva aver perduta no, ma smarrita la grazia vostra, sendo stato voi assai tempo senza scrivermi; ed ero dubbio donde potessi nascere la cagione. E di tutte quelle che mi venivono nella mente tenevo poco conto, salvo che di quella quando io dubitavo non vi avessi ritirato da scrivermi, perché vi fussi suto scritto che io non fussi buono massaio delle vostre lettere; ed io sapevo che, da Filippo e Pagolo in fuora, altri per mio conto non l'aveva viste. Honne riauto per l'ultima vostra de' 23 del passato, dove io resto contentissimo vedere quanto ordinatamente e quietamente voi esercitate cotesto offizio publico; ed io vi conforto a seguire così, perché chi lascia e sua commodi per li commodi d'altri, sol perde e sua, e di quelli non li è saputo grado. E poiché la fortuna vuol fare ogni cosa, ella si vuole lasciarla fare, stare quieto e non le dare briga e aspettar tempo che la lasci fare qualche cosa agli uomini; e allora starà bene a voi durare più fatica, vegghiare più le cose, e a me partirmi di villa e dire: eccomi. Non posso per tanto, volendo rendere pari grazie, dirvi in questa mia lettera altro che qual sia la vita mia; e se voi giudicate che sia a barattarla con la vostra, io sarò mutarla. Io mi sto in villa; e poi che seguirno quelli miei ultimi casi, non sono stato, ad accozzarli tutti, venti dí a Firenze. Ho infino a qui uccellato a' tordi di mia mano. Levavomi innanzi dí, impaniavo, andavone oltre con un fascio di gabbie addosso, che parevo el Geta quando e' tornava dal porto con e libri d'Amphitrione; pigliavo el meno dua, el più sei tordi. E cosí stetti tutto settembre. Di poi questo badalucco, ancora che dispettoso e strano, è mancato con mio dispiacere: e qual la vita mia vi dirò. Io mi lievo la mattina con el sole, e vommene in uno mio bosco che io fo tagliare, dove sto dua ore a rivedere l'opere del giorno passato e a passar tempo con quegli tagliatori, che hanno sempre qualche sciagura alle mane o fra loro o co' vicini. E circa questo bosco io vi arei a dire mille belle cose che mi sono intervenute, e con Frosino da Panzano e con li altri che voleano di queste legne. E Frosino in spezie mandò per certe cataste senza dirmi nulla; e al pagamento, mi voleva rattenere dieci lire, che dice aveva avere da me quattro anni sono, che mi vinse a cricca in casa Antonio Guicciardini. Io cominciai a fare el diavolo: volevo accusare el vetturale, che vi era ito per esse, per ladro. Tandem Giovanni Machiavelli v'entrò di mezzo, e ci pose d'accordo.Batista Guicciardini, Filippo Ginori, Tommaso del Bene e certi altri cittadini, quando quella tramontana soffiava, ognuno me ne prese una catasta. Io promessi a tutti; e manda' ne una a Tommaso, la quale tornò in Firenze per metà, perché a rizzarla vi era lui, la moglie, la fante, e figliuoli, che pareno el Gabburra quando el giovedí con quelli suoi garzoni bastona un bue. Di modo che, veduto in chi era guadagno, ho detto agli altri che io non ho più legne; e tutti ne hanno fatto capo grosso, e in spezie Batista, che connumera questa tra l'altre sciagure di Prato. Partitomi del bosco, io me ne vo a una fonte, e di quivi in un mio uccellare. Ho un libro sotto, o Dante o Petrarca, o un di questi poeti minori, come Tibullo, Ovidio e simili: leggo quelle loro amorose passioni, e quelli loro amori ricordomi de' mia: godomi un pezzo in questo pensiero. Transferiscomi poi in su la strada, nell'osteria; parlo con quelli che passono, dimando delle nuove de' paesi loro, intendo varie cose, e noto varii gusti e diverse fantasie d'uomini. Vienne in questo mentre l'ora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi che questa povera villa e paululo patrimonio comporta. Mangiato che ho, ritorno nell'osteria: quivi è l'oste, per l'ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m'ingaglioffo per tutto dí giuocando a cricca, a tricche.trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole ingiuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí, rinvolto entra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi. Venuta la sera, mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio; e in su l'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto i panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia; sdimentico ogni affanno, non temo la povertà; non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro. E, perché Dante dice che non fa scienza sanza lo ritenere lo avere inteso, io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto uno opuscolo De principatibus; dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subietto, disputando che cosa è principato, di quale spezie sono, come e' si acquistono, come e' si mantengono, perché e' si perdono. E se vi piacque mai alcuno mio ghiribizzo, questo non vi doverrebbe dispiacere; e a un principe, e massime a un principe nuovo, doverrebbe essere accetto: però io lo indirizzo alla magnificenza di Giuliano. Filippo Casavecchia l'ho visto; vi potrà ragguagliare in parte e della cosa in sé e de' ragionamenti ho auto seco, ancor che tutta volta io l'ingrasso e ripulisco. Voi vorresti, magnifico ambasciatore, che io lasciassi questa vita e venissi a godere con voi la vostra. Io lo farò in ogni modo; ma quello che mi tenta ora è certe mia faccende, che fra sei settimane l'arò fatte. Quello che mi fa stare dubbio è, che sono costí quelli Soderini, e quali io sarei forzato, venendo costí, vicitarli e parlar loro. Dubiterei che alla tornata mia io non credessi scavalcare a casa, e scavalcassi nel Bargiello; perché ancora che questo stato abbia grandissimi fondamenti e gran securità, tamen egli è nuovo, e per questo sospettoso; né ci manca de' saccenti, che per parere, come Pagolo Bertini, metterebbono altri a scotto, e lascerebbono el pensiero a me. Pregovi mi solviate questa paura, e poi verrò infra el tempo detto a trovarvi a ogni modo. Io ho ragionato con Filippo di questo mio opuscolo, se gli era ben darlo o non lo dare e, sendo ben darlo, se gli era bene che io lo portassi o che io ve lo mandassi. El non lo dare mi faceva dubitare che da Giuliano e' non fussi, non ch'altro letto, e che questo Ardinghelli si facessi onore di questa ultima mia fatica. El darlo mi faceva la necessità che mi caccia, perché io mi logoro, e lungo tempo non posso star cosí che io non diventi in povertà contennendo, appresso al desiderio arei che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perché, se poi io non me gli guadagnassi, io mi dorrei di me; e per questa cosa, quando la fussi letta, si vedrebbe che quindici anni che io sono stato a studio all'arte dello stato, non gli ho né dormiti né giuocati; e doverrebbe ciascheduno aver caro servirsi d'uno che alle spese d'altri fussi pieno di esperienza. E della fede mia non si doverrebbe dubitare, percé, avendo sempre osservato la fede, io non debbo imparare ora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatré anni, che io ho, non debbe potere mutare natura; e della fede e bontà mia ne è testimonio la povertà mia. Desidererei adunque che voi ancora mi scrivessi quello che sopra questa materia vi paia. E a voi mi raccomando. Sis felix
la legge di fonz
se si esulta anzitempo la cassa salta
prima regola dello scommettitore superstizioso mai giocare contro chi ti ha fregato il giono prima( e nemmeno a favore,saltala e basta)
In particolare, mi apparve evidente che l'atteggiamento tipico dello scienziato, di superiore liquidazione delle problematiche religiose come di un residuo culturale mitologico e anacronistico, equivaleva a una assunzione di corresponsabilità nella separazione delle due culture. Da un lato, la società tecnologica e scientifica sta infatti conquistando l'intero pianeta ma è apparentemente disinteressata a tutti i valori, eccettuati quelli economici. Dall'altro lato, la società umanistica perde sempre piú contatto con la realtà storica ma continua ancora incontrastata a determinare e condizionare la visione della vita dell'uomo comune, attraversa i media che essa controlla. Il proposito di quella sera, che queste pagine cercano ora di mantenere, fu di portare un contributo, sia pur minimale, all'avvicinamento delle due culture, mediante un tentativo di rivisitazione delle problematiche religiose da un punto di vista scientifico. Le domande da affrontare sono ovvie, e sempre le solite: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Di solito gli scienziati si accontentano di dichiarare che queste domande o non hanno senso, o non hanno risposta. Ma il loro stesso lavoro li contraddice, poiché da esso affiorano a volte risposte che non sono né ovvie né note. Le risposte scientifiche moderne ad appropriata riformulazioni di quesiti teologici classici risultano infatti essere piú complesse e problematiche, oltre che meno immediate e rassicuranti, di quelle mitologiche: questo è il pedaggio da pagare per l'affrancamento dall'ingenuità e l'acquisizione della consapevolezza. Ma è un processo di maturazione intellettuale inevitabile, che si manifesta in trasformazioni culturali successive: il mito religioso diventa dapprima racconto letterario, poi speculazione filosofica e infine risultato scientifico e matematico. Non a caso, il percorso che seguiremo sarà in qualche modo parallelo a queste trasformazioni. Accenneremo dapprima agli aspetti socio-culturali del fenomeno religioso, che certo condizionano, e forse determinano la varietà contingente dell'esperienza religiosa. Passeremo in seguito alle implicazioni teologiche della ricerca scientifica, esponendo alcune sorprendenti speculazioni sulla natura ultima del mondo sensibile. Tratteremo poi degli aspetti trascendenti della matematica e della logica matematica, che rendono queste discipline le vere eredi moderne della teologia scolastica. E concluderemo infine con una discussione delle opzioni religiose che si presentano all'uomo contemporaneo occidentale allo scadere del millennio. Poiché dalla scelta che egli farà dipenderà certamente la sua pace intellettuale, e forse anche la sua stessa sopravvivenza fisica, c'è da sperare che egli sappia approfittare degli strumenti a sua disposizione, lasciandosi guidare dal pensiero e abbandonando finalmente sia la superstizione che l'illusione.
il giocatore è contraddittorio si affida ad una scelta che vorrebbe essere scientifica ma annaspa volentieri nel truogolo della superstizione...
terzo corollario della legge di fonz se provi a fare una giocata ed il pc te la rifiuta 1 o 2 volte evitala sarà sicuramente persa
se giochi uno sport sconosciuto presso un book con regole sconosciute questo cercherà di penetrarti (oggi ho vinto un hcap di hockey in OT ma GB me lo da' perdente)
prima regola dello scommettitore superstizioso mai giocare contro chi ti ha fregato il giono prima( e nemmeno a favore,saltala e basta)
In particolare, mi apparve evidente che l'atteggiamento tipico dello scienziato, di superiore liquidazione delle problematiche religiose come di un residuo culturale mitologico e anacronistico, equivaleva a una assunzione di corresponsabilità nella separazione delle due culture. Da un lato, la società tecnologica e scientifica sta infatti conquistando l'intero pianeta ma è apparentemente disinteressata a tutti i valori, eccettuati quelli economici. Dall'altro lato, la società umanistica perde sempre piú contatto con la realtà storica ma continua ancora incontrastata a determinare e condizionare la visione della vita dell'uomo comune, attraversa i media che essa controlla. Il proposito di quella sera, che queste pagine cercano ora di mantenere, fu di portare un contributo, sia pur minimale, all'avvicinamento delle due culture, mediante un tentativo di rivisitazione delle problematiche religiose da un punto di vista scientifico. Le domande da affrontare sono ovvie, e sempre le solite: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Di solito gli scienziati si accontentano di dichiarare che queste domande o non hanno senso, o non hanno risposta. Ma il loro stesso lavoro li contraddice, poiché da esso affiorano a volte risposte che non sono né ovvie né note. Le risposte scientifiche moderne ad appropriata riformulazioni di quesiti teologici classici risultano infatti essere piú complesse e problematiche, oltre che meno immediate e rassicuranti, di quelle mitologiche: questo è il pedaggio da pagare per l'affrancamento dall'ingenuità e l'acquisizione della consapevolezza. Ma è un processo di maturazione intellettuale inevitabile, che si manifesta in trasformazioni culturali successive: il mito religioso diventa dapprima racconto letterario, poi speculazione filosofica e infine risultato scientifico e matematico. Non a caso, il percorso che seguiremo sarà in qualche modo parallelo a queste trasformazioni. Accenneremo dapprima agli aspetti socio-culturali del fenomeno religioso, che certo condizionano, e forse determinano la varietà contingente dell'esperienza religiosa. Passeremo in seguito alle implicazioni teologiche della ricerca scientifica, esponendo alcune sorprendenti speculazioni sulla natura ultima del mondo sensibile. Tratteremo poi degli aspetti trascendenti della matematica e della logica matematica, che rendono queste discipline le vere eredi moderne della teologia scolastica. E concluderemo infine con una discussione delle opzioni religiose che si presentano all'uomo contemporaneo occidentale allo scadere del millennio. Poiché dalla scelta che egli farà dipenderà certamente la sua pace intellettuale, e forse anche la sua stessa sopravvivenza fisica, c'è da sperare che egli sappia approfittare degli strumenti a sua disposizione, lasciandosi guidare dal pensiero e abbandonando finalmente sia la superstizione che l'illusione.
il giocatore è contraddittorio si affida ad una scelta che vorrebbe essere scientifica ma annaspa volentieri nel truogolo della superstizione...
terzo corollario della legge di fonz se provi a fare una giocata ed il pc te la rifiuta 1 o 2 volte evitala sarà sicuramente persa
se giochi uno sport sconosciuto presso un book con regole sconosciute questo cercherà di penetrarti (oggi ho vinto un hcap di hockey in OT ma GB me lo da' perdente)


